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- Note di copertina per l’LP Noi siamo i tecnovillani degli En Manque D’Autre (autoproduzione, Correggio 1989)
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Ricordo il caldo soprattutto, perché mi procurava febbre e svenimenti, sicché mi strappavano ai castelli di sabbia e
alle gale pudibonde dei primi bikini indosso ad allampanate turiste tedesche, per spedirmi fra oche e galline in
quell’immenso tavolo essiccatore che è la pianura padana. Anche là, d’estate faceva troppo caldo, ma più asciutto e
il cuore soffiava più lentamente. E poi bastava l’ombra di un albero e socchiudere gli occhi, ascoltando i microrumori
della terra e del cielo, per ricaricarsi alla pila dell’energia primaria. Questo non ha nulla a che vedere con la
nostalgia. Sono piuttosto flash ipnagogici, episodi scollegati, come le diverse fasi di una malattia sconosciuta. Non
c’è nulla di romantico nel cercare di capire di cosa sono fatti i nostri tessuti cerebrali. Una botola si apre su stanze
profumate al borotalco, letti altissimi dalle testiere in metallo sbalzato, amorini ed ornamenti floreali in finta
madreperla. Vecchie case coloniche con residuati bellici nascosti nel solaio, pavimenti sconnessi, fessure larghe un
dito da cui spiare in silenzio. Case che ridono e respirano, non come le scatolette in cemento armato che le hanno
rimpiazzate, banalità architettoniche che servono a nascondere i soprammobili più kitsch del pianeta. Caldo
opprimente e denso, da poterci appoggiare una vanga. Zanzare così grosse e pasciute, che a spiaccicarne una si
riceveva una stimmate rossa sulla mano. Il sudore di giornate interminabili, bottiglie di acqua del pozzo resa
frizzante con la polverina. Quando si è piccoli è permesso gironzolare tutto il giorno fra campi e fossi, costruire arco
e frecce con ramoscelli flessibili, o una canna per i pescigatto. Riempire un barattolo d’acqua e girini, per vedergli
spuntare le zampe (te lo scordi al sole qualche giorno e li ritrovi morti e putrefatti, bleah!). Quando si è piccoli, non ti
lasciano uscire dal letto se di notte scappano i vitelli o partorisce una vacca (l’ho poi veduto, tutto quel liquido
opalescente seguito da secchiate di sangue, splatter a lieto fine, buone emozioni!). Non più filossi e briscole al
calduccio della stalla, bensì patetiche telenovelas senza fine, tuttalpiù qualche tombola sociale dentro cinema
adattati all’uso, con premi in buoni acquisto della Coop. Caldo ad ondate invisibili, odore di erba tagliata che diventa
fieno, sentieri segreti fra le canne di meliga portano allo slargo dove si consuma il rito dello zolfo e della potassa, per
insegnare a lepri e corvacci chi è il vero Signore di queste terre. Armamentario d’obbligo la forcella tirasassi o un
fucile ad elastici multipli (camere d’aria di bicicletta affettate e mollette per i panni). Un solo giornalino alla settimana,
terminato in quindici minuti netti, quindi occorre usare le forbici per ritagliare nuove storie, Bombolo, Cucciolo,
Kolosso, Paperino, Zorry Kid, le cosce di Dale Arden provocano sfregamenti sull’erba e sensi di colpa ricorrenti (le
campane suonano in distanza, grano e santini, mio caro e buon Gesù non lo faccio proprio più). Presenze notturne,
mormorii indistinti, luci di vecchie biciclette come piccoli ufo tremolanti in cerca di pista d’atterraggio. Il gabinetto è
fuori e non illuminato, meglio non aprire gli occhi. Tutta quella nebbia nella cattiva stagione deve essere la
conseguenza dell’afa sopportata in estate, quando il letto diventa un forno ed è più piacevole trascorrere la notte
seduti fuori dalla porta. La musica usciva sconnessa dalle radioline, l’hit parade di Lelio Luttazzi verso l’ora di
pranzo, con qualche traballante complesso beat fra Orietta Berti e Claudio Villa. Sopperisce ai bisogni anche un
fonografo a manovella con dischi pesanti a 78 giri di mazurche, tanghi e tenori strappalacrime, Banana boat capitato
lì per sbaglio. In seguito, i Nomadi al Ritz di Novellara cantano Guccini, e viceversa. Le feste dell’Unità erano il
massimo e ci andavano tutti: lambrusco nei cappelletti e la torta che si sbriciola, Sandrone testa-di-legno e il tiro a
segno con fucile (premio: un wafer con figurina), la Grande Orchestra Spettacolo con elezione della Miss. Il liscio è
uno stimolante auricolare ben lubrificato, pneumatico come il prillare dei ballerini. Sesso pulito e musica solare,
oppure dibattiti e canzoni politiche: epidermicità o impegno, nessuna via di mezzo. Anche adesso, le radio locali
trasmettono indifferentemente Casadei e Sonic Youth, basta ruotare un po’ la manopola. È dove non succede mai
nulla che la gente sogna di più, in mancanza d’altro, e finisce col costruire qualcosa. Caldo ora ancora più spesso
per via della fascia d’ozono. Campi aromatizzati dal piscio di maiale, allevamenti modello dove pigiando un bottone
la pappa è servita a cinquemila suini. Vendemmia meccanizzata con filari regolari e geometrici come quadri di
Mondrian. Il vecchio viticcio contorto e scomodo è completamente domato. Fernandel è morto e il Gesù crocifisso
non sa più con chi parlare. Gli artisti non sono folli e ispirati come il vecchio Ligabue in Gilera, i quadri naif vengono
prodotti comodamente in serie da professionisti dell’ingenuità. Il tesserino dei concimi e veleni chimici è più
importante dell’esperienza dei Don Juan locali. Latte ultra-pastorizzato per decantare mosche e pus giallognolo,
ulcere, mucose infette, attenti a quello che mangiate e bevete. Formicai messi a fuoco con la lente d’ingrandimento,
topini bruciati col petrolio nel nido, rosa e teneri come coniglietti appena nati. Vaccinazione di massa nel pollaio,
una puntura per ciascuna signora gallina. La domenica ne prendiamo una e le si tira il collo con movimento deciso e
continuo (avranno inventato una macchina anche per questo?). Oppure un coniglio, legato al muro per le zampe, la
pelle incisa si stacca in un unico swissh rabbrividente che lascia scoperta una nuova creatura azzurrina, il figlio di
Eraserhead. Per il maiale basta un colpo alle tempie, veloce altrimenti i salumi non vengono buoni. Qualcuno poi a
volte si confonde nello scegliere le proprie vittime, si trovano quindi saponette di vecchia, borsellini in pelle di
suocera, dolcetti di ossa di bimbo. Dovrebbero dirlo, a Fulci, che certe cose non succedono solo a New York. Da
qualche parte nella calura c’è una miniera di rottami, un allevamento di ruggine e muffa che è anche
Amarcordlandia, museo all’aperto della cultura contadina. Qui puoi trovare le foto di parenti mai conosciuti, nel
vecchio archivio fotografico di un qualche comune che ha acquistato una memoria computerizzata. Sculture
informali di monete fuori corso, liquefatte un tempo per farne verderame. Gli occhiali senza lenti di Zavattini, reperti
di Un paese cinquant’anni dopo. Ultime acquisizioni: lattine per vino d.o.c. in alluminio riciclabile, cinture borchiate da
metallaro, insegne da sceriffo di una California solo immaginata, ancora più calda e secca. Perché comunque non
esistono frontiere, nessuno ha disegnato i confini (come al Risiko) sulle zolle dei campi o sulla polvere dei deserti,
ma per diventare veri cittadini del mondo occorre partire da un luogo specifico, capirne l’anima e il cuore. Dopo, si
può anche prendere il largo, ma certe visioni e odori non li togli più di dosso, torneranno a farti visita come un virus
benigno. L’unica cura è scriverne.