Words

Words: BLUE

1
I
E affabilmente ti lascerò come ti ho trovata, mutilata d’ogni odore, priva del profumo e del puzzo, monca del fumo e del nettare, senz’ombra e senza traccia.

Una mano mi tira fuori e una mi tira dentro e ogni giorno che passa la signora Madre è sempre più nera: si agita e ondeggia improperi. Adesso arrivo, arrivo, arrivo! Detesto questo bagno rosa, dei due che abbiamo in casa preferisco l’altro, ma questo è vicino allo studio, a due passi dal computer, lontano dalla zona “signora Madre” e perfetto da raggiungere quando rientro tardi con un eccesso di alcolici nel sangue.
Sono distratta, ho sempre più spesso sonno, dimentico di contare i giorni che passano, mi proietto sola, neanche fossi fatta di luce o plastica intermittente, su muretti bassi facili da scavalcare e ormai erosi dal tempo e dall’indifferenza. Se indossassi guanti e mascherina sembrerei quasi meno severa, mentre occhiaie e capelli pettinati sempre allo stesso modo cominciano a tradire il non detto e il suo segreto. Uno sbadiglio si mangia quello che vorrei pensare, lo sforzo che vorrei mettermi davanti…Pace vigliacca e narcotizzata, mentre fuori non fa che piovere e soffiare scirocco trasporta- sabbia.
La carta igienica a margherite gialle sta per finire. Le gambe strette, i gomiti appoggiati sulle ginocchia e una parte liquida di me che se ne va alla deriva. Mi perdo per un attimo fra gli asciugamani perfettamente impilati. Nero, azzurro, giallo e arancione. Fatto, e questo cos’è? Carta igienica macchiata di blu. Mi alzo di scatto: la tazza del water è completamente invasa da un blu intenso. Mi chino incredula con le mutande tese al ginocchio. Ma no, sarà detersivo, forse un anticalcare. Uno scrupolo, la prova del nove.. Strappo un foglio margherita e lo avvicino al sesso. No, no purtroppo la roba blu esce proprio da me. Sono malata o sono storta? Tiro l’acqua e mi rivesto in fretta. Che nessuno sappia, per amor del cielo. Lo sciacquone stenta a strappare il blu dalla tazza. Aspetto la ricarica e insisto a scacciare l’incubo. Al terzo giro ci riesco.
Quando esco ho un capogiro, per poco precipito al suolo come una mela troppo matura, vado in camera, la testa in orbita. Mi sfilo le mutande e le scruto incredula fissando un tenue alone azzurro. Mi cambio e aiuto mia madre ad apparecchiare. Atmosfera di borotalco da testa a piedi, con la pancia tiepida e solo una maglia azzurro spento addosso.Solita cena di scarse parole, piatti pieni e sguardi accovacciati ognuno dentro il proprio fondo.
Mi sconforta la monotonia di certe osservazioni di cui riesco ormai a prevedere ogni minuscola inclinazione, il sapore di certi cibi di cui non so più pensare col calore dell’abitudine, il colore dei capelli di mia madre e anche il combinarsi irritante tra il blu scuro della tovaglia e il giallo tondo della luce accesa come fosse spenta.
Il sipario si apre in silenzio sul silenzio.

II
Questo blu così blu da essere inequivocabilmente blu mi ha tenuta sveglia tutta notte. Cosa accidenti è successo? Ho bevuto da star male come ogni volta che esco di casa disperatamente euforica, mi sono portata dietro il guscio sottile e pieno di crepe dei miei umori cangianti, ho baciato un tipo alto e con i capelli di un improbabile viola d’uva e poi nient’altro, non ricordo nient’altro, se non il rosa del bagno che mi si è appeso agli occhi e alle guance e questo blu che mi ha strappata alla sbronza per inchiodarmi a un’assurda evidenza. Sarà stato il bacio? O forse la fetta di limone che ho masticato per noia?
Stamattina alle prime luci sono corsa in bagno, ho gettato uno sguardo ottuso allo specchio e poi sono sprofondata dentro al cesso pregando di liquefarmi lontanissima dall’inquietante ondata rigata d’azzurro di ieri…Niente da fare, niente, niente di niente: le margherite stridule lo dicono chiaro, lo dicono blu…
E’ ufficiale, dunque. Sono infetta o irreversibilmente ubriaca e comunque, comunque fottuta.
Non posso starmene zitta a fissarmi le mutande per tutto il giorno, rischio di annegare in quest’incubo a sfondo marino.
Telefono a Irene. Forse lei mi aiuta a star calma.

III
Sabato pomeriggio cammina per strada. La incrocio ma lei non mi vede, ha il viso stanco, forse non ha dormito?

Il centro storico esplode, i saldi gorgogliano di un fiume in piena; sotto i portici c’è un tale che alza la voce con un commerciante africano di borsette fasulle. Nuvole di adolescenti gettati nel magma ormonale galleggiano in uniforme e auricolari.

Entra in libreria, scivola in un candore immobile tra pile ordinate ed espositori nuovi di zecca. Il reparto arte, lucido e freddo come si conviene, la abbraccia e pervade di un entusiasmo sospeso. Peccato non si trovi niente che racconti la vicenda artistica di Dosso Dossi. Torna ondeggiando nel torrente in piena, varca la soglia d’un magazzino d’abbigliamento qualsiasi, procede fra le persone come stordita e si immagina per un attimo costretta a vomitare una gelatina blu, nel bel mezzo del negozio, accecando il pavimento illuminato da uno sciame di neon. Vaga senza direzione, senza scopo. Non tocca nessun vestito, supera indifferente due persone che litigano davanti all’ascensore che sale al piano della moda maschile e si tuffa nuovamente in strada, lasciandosi alle spalle uno scaffale di maglioni color arancio. Le luci delle vetrine imbrattano il crepuscolo d’un colore verdastro. Un gruppo di giovani siede a due passi dal palazzo comunale: seduti per terra con dei computer portatili aperti, i volti illuminati dai monitor; hanno panni per proteggersi le gambe dal freddo mentre sorridono algidi, svelati dal riflesso dei cristalli liquidi come ombre di un futuro presente.

Cala la sera d’un blu strappato di nero, mentre un tappeto sonoro tessuto con le voci di centinaia e centinaia di persone si srotola sulle strade e oltre. Un caos di sillabe, una babele di lingue. Avidamente cerca con gli occhi uno sguardo sensato che racconti una storia non completamente frivola e neppure dolorosamente contratta. Davanti all’inevitabile negozio di pizza al taglio, dall’insegna rosso sangue, una giovanissima brasiliana si lascia abbracciare e baciare ed intanto si guarda intorno con occhi felini e annoiati.

Loro hanno o non hanno in grembo questo magma che bolle e preme per uscire?
Si butta in un vicolo laterale:acre sentore di blu.

IV
E le tue carezze senza tatto saranno carezze viste ma sradicate dai polpastrelli, mute alle mani, date a una pelle illuminata da impulsi elettrici, immemore delle spine conficcate, delle vesciche sotto i piedi e delle mani fra i capelli. Una pelle senza corpo.

Mi sveglio quasi all'ora di pranzo, Irene non risponde al telefono, è da tre giorni che provo a parlarle ma sembra non volerne sapere. Lei che è sempre così attenta ai miei umori e ai miei schianti…
L’ultima volta che ci siamo viste era vestita di rosso, aveva scarpe da bambola di un verde smeraldo e il sorriso tiepido di sempre. E’ bella Irene, sul viso sembra le si disegnino geometrie tenere e cangianti, un incrociarsi di linee morbide, curve e fossette.
Sono sicura che se le dicessi dell’ondata di blu in cui galleggio ora ne riderebbe entusiasta, direbbe che è un segno forte di ribellione del mio corpo nuovo in guerra con il vecchio. Suggerirebbe qualcosa del tipo:
- Fai come Piero Manzoni ha fatto 40 anni fa, raccoglila in lattine colorate dall’aspetto rassicurante e conosciuto poi vendila come piscio d’artista! -
E’ fatta così Irene, pensa sempre all’imprevisto come ad una possibilità, un’occasione, un segno. Forse per questo non la vedo mai piangere…Anche dove s’impone il dolore lei arriva con le sue scarpe da bambola e ci si immerge. Si lascia allagare, come si trattasse di un inevitabile ammollo in cui recuperare parole nuove e sensi più forti.
In ammollo vorrei mettermi anch’io, mi basterebbe solo che rispondesse.
Poi il pensiero di Irene si sbriciola e spunta il ricordo dell’altra, la donna oltre il confine. La sento mentre si ostina a pensare che Irene non risponderà mai e se chiudo gli occhi riesco quasi a vederla: eccola davanti al computer, scrive e un attimo dopo cammina per casa irrequieta. Si veste, si trucca ed esce per le strade della città. Ride ed è costretta a ridere in compagnia di altre persone, immersa in locali e suoni che non ha scelto. Tavolini verde scuro, luce arancione che assorbe malumori spandendoli nell’aria e mutandoli in frammenti in bianco e nero, voci intorno che si intrecciano alla plastica fredda delle sedie, alla musica greve in sottofondo, ai movimenti meccanici e privi di gentilezza dell’uomo tondo e scuro che mi siede a poca distanza e che mi guarda a sussulti, quasi avesse riconosciuto in me un odore familiare.
Resto incollata alla mia sedia senza togliere la giacca, modulando risate ad alto tasso alcolico e strizzando gli occhi ad ogni fitta che mi assedia il lato sinistro del corpo.
C’è un’ombra che riempie la distanza tra lei e le persone che mi sono vicine in quello spazio tiepido, un’ombra che somiglia a un presagio strano o a un cosciente riflusso di energia chiassosa e a tratti accecante: mentre parlo rido mastico ingoio c’è un’altra me che si vede parlare ridere masticare ingoiare. Le vedo e sento entrambe e mentre una si fa respiro in mezzo a mille altri, l’altra raccoglie la consapevolezza della precarietà di quello stare e di quel dire, cristallizzandosi in pensieri di morte e assenza.
La seguo con lo sguardo. Rincasa a notte fonda nervosa, spia i messaggi al computer e beve un bicchiere d’acqua. Si sfila gli abiti in bagno ed è indecisa se fare una doccia notturna o buttarsi subito nel letto. Per un attimo i nostri pensieri si incrociano. Io penso a lei e lei pensa a me.

V
Forse si tratta di una malattia, forse mi resta poco da vivere. Oggi ho la nausea, la testa gira… la città mi ha stordita. Appena passa mi stringe una fame greve e sorda: apro il frigo e assalto la diligenza a casaccio. Una piccola bestia. Esco poco e malvolentieri, rispondo a stento al telefono e con voce disfatta. Magari è una faccenda infettiva, meglio che stia in disparte. A pancia piena precipito sul divano e sola in casa mi abbandono al niente. Dovrei consultare un medico e probabilmente fare qualche analisi o cinicamente dare la lingua in bocca al primo che capita e stare ad aspettare che succeda qualcosa. Sono un'irresponsabile. I sogni si fanno sempre più agitati e contorti, sento crescere dentro qualcosa, sento spingere.
La luce è cambiata poco a poco. Una sottile cappa scura si prende lo spazio in cui mi muovo. Ogni passo è segnato dalla traccia pesante che lascio alle mie spalle: un livido, un pensiero che s’inceppa, un sogno dai volti confusi in cui nessuno parla né ascolta. Invischiata in un niente mobile, che si sposta come nuvola in cielo e solidifica l’aria intorno. La sento come si trattasse di una parete, posso toccarla, toccarla con entrambe le mani ed esplorarla da parte a parte. Un niente mobile e un niente solido… è di un’assenza che scotta, che non ha oggetto ma che mi sceglie, che mi svuota a partire dalla testa e mi annoda scendendo allo stomaco. Tutto intorno è fermo, assemblato in modo da sollecitarmi fino ai sensi e oltre ma privo della violenza necessaria in grado di dirmi cos’è quel qualcosa che manca. La gente per strada guarda invadente o forse sono io scorticata e appariscente. Ho sempre parlato poco, adesso anche meno.
Questo sabato sera mi sbatterò fuori per le strade con il solito branco, berrò senza badare a cosa e a quanto, digrignando parole varie ed eventuali. Le ore intanto passano a coriandoli. Sarà la stanchezza, saranno le unghia rotte e il cervello annacquato dall’eccesso di voci che inghiotte ogni giorno…sarà questo e molto altro di cui non so dire ma comincio a non saper dare più un limite al bisogno fortissimo di scardinare qualunque rito e qualunque forma vagamente stabile. Annego nascondendomi dentro questa maglia stinta che profuma di bucato fresco alla lavanda, piccolo mondo fatto di stoffa che vorrei strappare in mille pezzi subito dopo averci affondato naso e cuore. Il solito conflitto infantile e vecchio come le mie smanie: voglio andare via lontano ma ho paura di non trovare più in nessun altro luogo questo incrocio di lavanda e vuoto assenso.
Torno a casa e quando ormai albeggia, la vedo: è me stessa contro me stessa dentro me stessa malgrado me stessa al di fuori di me stessa. Invece di rodersi nella vergogna, affogata dal delirio dell'alcol si sente onnipotente, una dea pronta a imbastardire il cielo. Se ne fotte di ogni particella, degli occhi e delle bocche. Apre il garage completamente sola, l'aria è fresca ma non gelida, anzi quasi tiepida, figlia di un inverno caldo e sbandato. Un telo bianco accartocciato in un angolo; lo apre e lo stende nell'autorimessa vuota. Lo fissa ipnotizzata. Sembra un sudario in attesa, sporco qua e la di macchie di non si capisce bene cosa. E’ sprezzante, fuori tutto tace, solo i fari dell'auto muta la guardano e la illuminano. Quando ha finito sente che il delirio la invade ed è come se improvvisamente la vergogna esplodesse in un urlo. Sorride beffarda, il telo ha cambiato completamente aspetto.
Chiudo il portone dell’autorimessa e mi asciugo le labbra umide.


VI
Irene è fuggita di casa da due settimane. Continua a non rispondere al telefono. Non è blu, né verde, né azzurro tenue. E’ uno specchio variopinto, si ripete inebetita tra vapore e specchio, variopinto e sconfinato quanto un vicolo cieco…
Perché è blu, Irene. Schiantati contro questo muro e dillo: da questa distanza si vede chiaramente che non è mare, anche se come mare cancella, inchioda e rimescola e come mare lava e annega in un torbido cortocircuito di senso e disgusto.
Non c’è anima a cui raccontarlo, pisciare blu non è divertente, le parole si inceppano pescando a caso nella memoria: associazioni libere e stonate, possibile accada anche a qualcun altro?
Sospensione, scavalcamento di una soglia, anestesia di lunga durata: lingua e labbra formicolanti, lo stupore dell’essere cuore che dorme con la coscienza bruciante di un sonno che sonno non è. Lo scompartimento adesso è vuoto, come le sue braccia, la sua pancia e i suoi occhi, occhi scavati, finestre che si gettano in pasto a una calma immobile.
Non sento niente, non sento, niente, non vedi che non è niente?
Il viaggio di ritorno, sul treno mezzo vuoto, è stato sereno, interrotto solo dalla domanda noiosa della ragazza con la maglietta arancione. Non mi piace parlare mentre il treno si muove, mentre si appiccicano al finestrino alberi e stazioni cadenti e squarci di mare e campi dai colori pastosi e secchi. Non ho spazio da riempire, mentre il finestrino parla su di me e ruba l’aria sporca che si condensa sulla tappezzeria blu macchiata dei sedili. Io non parlo mai per prima, non cerco mai in una conversazione di passaggio un’idea o fumo buono da aspirare. Io e il mio sedile amiamo starcene in silenzio, a storcere il naso pensando all’ultimo torto ricevuto, a immaginare che impressione farebbe un campo giallo morto se il cielo non fosse più così azzurro, a riflettere sulla stanchezza di certi giorni in cui le parole sembrano sgusciare via dal cuore per diventare inutili gessetti bianchi, irritanti e inservibili come il ballo guancia a guancia di Ginger e Fred.


VII
E la lingua tace sorda sventolando fra labbra distratte dal silicone: la chimica del sale e dello zucchero è dissolta. Senza gusto puoi anche leccare la suola delle scarpe o bere un Brunello di Montalcino.

Ho visto le tavole imbandite da Spoerri. Briciole incollate con il vinavil, bicchieri sporchi, il disordine affettato di chi, ridottosi a commensale creativo, pranza con un giornaletto pornografico sotto il piatto e lo fa sapendo che la tovaglia sarà poi inchiodata al muro di qualche candida galleria, dove l'osceno darà sfoggio di sé. Ci concediamo solo stupida frivolezza che intossica le interiora. Arte decorativa, sangue diluito con acqua: una faccenda che non coagula ma avvelena. Eppure basta poco. Basta una tavola con frutta e verdura composta con cura da Merz e si torna alla pelle e al suo sapore tenero e profondamente fragile.

Forse posso fare di questa carne che sputa blu fuori da sé un baraccone da esporre nel circo dell'arte contemporanea, per la gioia di grandi e piccini. Fra elefanti con l'erezione e donne con tre mammelle, certamente una nicchia personalizzata e un rassicurante vitalizio mi spettano. Magari sollevo la sottana ricamata dalla nonna e mi faccio oggetto di disquisizioni, filmati ed esplorazioni per poi essere inserita fra i nuovi od archiviata fra i nuovissimi.

Nausea. Ancora.

Irene continua a non rispondere, probabilmente non è in città.

Ubriaca di un'assenza ingombrante mi abbandono al colore scuro che gronda fra le gambe.Seppellisco l'idea di un vernissage qualsiasi. Lascio annegare un orizzonte di stolti sorrisi e risate tossite fuori per una colta occasione e resto ancorata qui dove sono. Sola e chiusa nel mio trionfo privato mi lascio portare dal fiume di una stranezza fattasi liquidamente blu.

A tratti volgo lo sguardo intorno e tutto, ma proprio tutto, sembra solo un blu travestito da altro.

VIII
Un attimo del mio odore: odore Irene, e sfilo calze a strisce rosse e verdi. Il giallo del soffitto splende anche di notte. Liquido amniotico, acqua bollente che mi allarga ogni poro e lo riempie fino all’orlo come fossi una cisterna scoperchiata. Squilla il cellulare per la trecentocinquantaduesima volta. La retorica della vicinanza, mentre nella carne siamo soli.
Non è una promessa, non è un fuoco, non è un “voglio”, non è un perché.E’ un ritrovamento, un significante, una via d’uscita o di accesso.E’ me stessa contro me stessa dentro me stessa malgrado me stessa al di fuori di me stessa.
Involuzione.
Tutta umida nel mio microcosmo blu che ride a gocce. Non ho bisogno di essere toccata per ricredermi su certe tristezze congenite, sono in grado di selezionarle da sola e anche di strapparle coi denti se necessario. Alto più in alto dentro le mie convinzioni in ascesa, per ogni voragine dolente trovo pronto un centimetro di pelle nuova. Sono legata con un nodo stretto alla realtà di materiali duri e opachi che mi circondano, sono per mia fortuna e mia gioia, ad un passo dalle cose, sposto con mano e con mano scaccio via. Forza misteriosa che è il disincanto, che mi permette di essere immersa nello zero dell’ attesa morta con un sorriso e sei sensi vigili e attenti.
La cucina è pulita e ordinata. Sono un poco brilla. Le scarpe allineate e splendenti con un velo di borotalco dentro. Ma non so cosa pensare,il silenzio rimbomba in testa e allora non voglio nessuno o esplodo. La valigia da disfare. Viene un tempo di silenzio. Forse è un’infezione: di nuovo a gambe aperte e questi a scrutarmi dentro? Non ne ho voglia, loro e le loro ecografie, i test, i paptest, le analisi, la paura e l’imbarazzo. Mia madre assente, mio padre chi è? Il neo sotto il seno destro, le occhiaie da insonne. Dove mi sono fatta questo graffio? Capelli sparsi e stanchi. Una voglia evaporata quasi subito. Freddo. Mi lascio abbracciare dai brividi. L’acqua fumante chiama, scorre, un piacere lento. Testa liquida e blu che cola caldo come bagnoschiuma. Che occasione è questa? Guardo. Piatto della doccia blu, sapore di sapone in bocca. Cosa vuoi dirmi? Esco fradicia. Lo spessore dell’ineluttabile, la mappa che getta là dove non si dà avanzamento o arretramento. Lo stato delle cose opaco e scivoloso rimanda un suono di latta arrugginita. Metto l’accappatoio. Resta una piccola macchia . La esamino attenta: piccola macchia blu.

IX
Il tempo è come una lastra di ferro esposta al vento, alla pioggia, a tutti i soli di tutti i mondi possibili.

Sono scesa in garage poche ore fa, non so bene perché. Il telo quella mattina l’avevo accartocciato in un angolo, anzi dopo averlo accartocciato avevo anche preso uno scatolone e ce l’avevo ficcato dentro alla buona.
Ho aperto lo scatolone e il telo era ancora lì, spiegazzato e intatto. Il cuore batteva forte, con mani impazienti l’ ho tirato fuori e steso sul pavimento, proprio come allora. Stava lì davanti a me e riempiva di sé quasi la metà dell'autorimessa. Ho sospeso il respiro…del blu nessuna traccia, le macchie sul cotone erano le stesse che se ne stavano lì da prima, ma degli schizzi blu nessuna traccia…Sono salita, ho aperto il contenitore della biancheria da lavare e scrutato un paio di mutande qualsiasi indossate in quest'ultimo periodo di colori e anche lì…nessuna traccia.
E adesso che sono qui seduta e che bellissimi fiori di un rosso dolce e sfrontato colorano la mia visuale, mi sembra di non essermi alzata mai da quest’angolo, mi sembra di non essere mai vissuta al di fuori del muto tepore di questi attimi, mi sembra di non aver mai telefonato ad Irene.
Col primo fresco rientro in casa anche se non ricordo più quante ore siano passate né se siano davvero passate.
X
E la connessione genera immagini per occhi stanchi e suoni per un udito ormai ubriaco di giochetti stereofonici.


Si sposta in cucina, prende la caffettiera e prepara il necessario. Il fuoco dei fornelli: fuoco blu.
Irene vive in questo piccolo appartamento, soggiorno/cucina, camera e bagno rosa. Di giorno lavora in biblioteca,non ci credeva nemmeno lei quando si è presentata al concorso per quel posto da bibliotecaria.
Le piace star sola, bersi il silenzio e dal settimo piano guardare la città.
Del blu non pensa più come ad un fastidio,dopo lo spavento iniziale lo tiene in sé come un discorso sghembo, anzi ieri ci ha giocato anche un po’.
Ha riempito il bidè d’acqua e poi ha versato dentro il suo blu. Per alcuni minuti il colore non si è mescolato all’acqua ma è restato in sospensione, attorcigliandosi in filamenti e accorpandosi in grumi che dopo poco si sono spaccati. Nel frattempo con la macchina digitale ha fatto una serie di foto, Yves Klein liquido: per me ogni sfumatura di colore è, in un certo senso, un individuo, una creatura vivente dello stesso tipo del colore primario,il blu, ma con un carattere e un'anima sua propria. Ci sono molte sfumature: delicate, aggressive, sublimi, volgari, serene.
Si sdraia sul divano e sorride appena. I tempi vuoti non impauriscono Irene, che non vive affatto il bisogno di essere assillata dal fare.
Resta per ore persa in una lettura, cullata dal blu che le si rovescia dentro e svanisce.
Anche lei svanisce come il colore nell’acqua.

XI
Immaginazione che rompe i confini, una mano mi tira fuori e una mi tira dentro. Sotto una doccia tiepida ripercorro a mente tutte le coincidenze possibili: e se domani, e se facessi, e se mi spogliassi. Sui polsi risaltano i segni di una prigionia che mi sono auto-imposta e di cui vado fiera quando sono ubriaca e divento più stupida.
Sapone e scivolo, sapone dentro gli occhi, sapone lingua amara, sapone schiuma tra le dita, acqua calda sapone, lavo via lavo via lavo via, sapone sapore non cambia, io nuda allo specchio che guarda io seduta a bordo vasca, minaccia vaga sapone e respirare, lavo via sapone strappami, schiuma sapone da domani sarà meglio ma oggi è già domani sapone svegliami, ritorno ritorna e non so perché, io non so perché. Mi infilo l'accappatoio rosso e apro il libro a caso:
“ (…) il timore sorto intorno all'inesistenza di una condizione definitiva (faccenda che mi terrorizza ancor più) e all'impossibilità di radicarsi nella pienezza di una realizzazione, diventa sempre più una condizione reale e dai contorni definiti. Forse è una sensazione intrinseca al mio modo di esistere, di vedere le cose, di relazionarmi, mi scavalca; ma non sempre sembra essere penalizzante e neppure riducibile ad un puerile capriccio. In questi giorni lavoro come una pazza e detesto lavorare, sono dell'idea che l'uomo sia un "essere" pensante e a questo dovrebbe dedicarsi; cosa c'e' di così riprovevole nell'incantarsi, incepparsi come un disco rotto sulla stessa canzone?”.
Oggi niente lavoro, ho incontrato Irene. Irene che compare sorridente e sparisce poi lontano e in fretta, Irene che viaggia in treno. Una passeggiata in centro a sbirciar vetrine e poi accoccolate ad un tavolino in un bar, con due gelati al pistacchio in mano. Abbiamo sparso nell’atmosfera parole distratte e silenzi. Sembravamo una sprofondata nell’altra. Tutto ci passava davanti proiettando sullo schermo un film dai colori squillanti: la ragazza con un tatuaggio sul collo ed un dobermann al guinzaglio, i bancari in uscita pranzo che ridono di qualche barzelletta e l’ora legale distesa in un lungo pomeriggio di luce.
Ho fissato gli occhi grandi che avevo di fronte e sottovoce, guardando Irene e le mie mani, le mie mani e Irene, le ho raccontato tutto questo monocolore blu. Mentre le parlavo mi sono immaginata nel tavolino a fianco ed ho pensato che sembravamo proprio due donne che si confidano faccende intime, una situazione classica: il tono sussurrato, i volti espressivi e attenti come in attesa di una rivelazione.
Poi l’ho ascoltata dirmi quel che simmetricamente le accadeva e siamo rimaste in silenzio. Non so quanto tempo sia passato, galleggiavamo in un’atmosfera liquida, i bancari erano tornati in banca da un pezzo, sul tavolino due tazzine di caffè e le briciole di una torta al limone. Poi come d’incanto lei mi ha fissato i pantaloni ed io ho fatto altrettanto. Ci siamo guardate un attimo e siamo scoppiate a ridere come due pazze, indossavamo entrambe jeans identici: blue jeans, la stessa identica tonalità, un blu scuro e intenso, l'alba d'un lasciarsi andare ad ogni possibile alluvione. Sono entrata per pagare i gelati, i due caffè e la fetta di torta. Irene là fuori mi sorrideva. Sono uscita dal bar ed era sparita. Lo scontrino segnava un solo gelato, un solo caffè e la fetta di torta.
Sfilo l'accappatoio, mi sdraio sul letto: fa caldo oggi. Penso che non ha importanza, chiudo gli occhi. Li riapro. Quanto tempo è passato?